I Fratelli Brigida
Una pagina della storia termolese

 

   I fratelli Basso Maria e Federico Brigida nacquero a Termoli, rispettivamente il 29.04.1775 e 29.03.1777, nel palazzetto detto "Giudicato Vecchio".

   Il padre dei Brigida, Bernardo, figlio del notaio Federico e di Carmina Petrillo, aveva ereditato una solida posizione economica, incrementandola col commercio all'ingrosso di grano; successivamente ricoprì l'incarico di "Cassiere della Regia Dogana delle merci" al tempo in cui "Termoli era il deposito generale dei grani della provincia e fuori, e le fosse dove s'infossavano erano immense ed occupavano, oltre i magazzeni, anche il piano di Sant'Antonio.. ed i negozianti napoletani vi accorrevano in folla e se ne fornivano in gran copia") e di "mastrogiurato".

    Si legge nel libro del Cannarsa: " ….. si diede alla mercatura all'ingrosso, ……., con una onestà senza pari, ….. Ma la Regia Dogana, la mercatura, l' amministrazione del largo patrimonio, i santi affetti di casa, l'educazione dei figli, non gl'impedivano di avere a cuore gl'interessi della pubblica cosa, ed in una carta, che conservo, nella qualità di Maggiorato della Città, protesta energicamente contro un ricco e potente cittadino. Tenerezza degl'interessi pubblici, in tempi in cui facevano, a gara per chiudere gli occhi, diede campo a giudizio e partorì molti rancori".

    La madre dei Brigida, Maria Concetta Quici, era figlia del notaio Costantino e di Anna D'Alessandro. Le famiglie Brigida e Quici erano censite tra le famiglie ricche. 


Maria Concetta Quici, madre dei Fratelli Brigida

    Per comprendere gli avvenimenti del 1799 che travolsero i fratelli Brigida occorre riepilogare le condizioni storico-sociali del tempo e conoscere alcuni avvenimenti locali accaduti in precedenza. Per far questo, oltre a quanto narra il Cannarsa, riferiamo quanto scritto in "Puglia e pugliesi tra rivoluzione, riforma e unità" - di Mario dell'Aquila  - Galatina 1982, p.71-72: "Dominazioni secolari avevano prodotto giurisdizioni e gabelle contrastanti, soffocato il libero scambio di idee e mercanzie. Carestie, calamità, malaria, saccheggi di soldati, violenze di briganti, scorrerie di corsari erano altri moventi di miseria e degradazione. La produzione agricola, costituita da monocultura cerealicola e da colture estensive  era monopolio del fisco, dei latifondisti e degli enti ecclesiastici, l'artigianato, il commercio venivano ostacolati da disuguaglianze di misure, statuti, tasse, dazi".

   Prosegue il Cannarsa: "La scelta di Bernardo Brigida alla guida della Regia Dogana delle merci segna l'avvio di una nuova fase di sviluppo economico per il caricatoio termolese, coordinato dalle stesse famiglie maggiorenti e favorite dal clima di generale ripresa di quegli anni". Nei cinque anni che Bernardo diresse la Regia Dogana non esitò a contrastare "quanti tentavano con la prepotenza e l'inganno di arrecare danno al caricatoio termolese", quanti "infossavano il grano per immettersi sulle vie di contrabbando lungo l'Adriatico". In particolare Bernardo si trovò a contrastare  Scipione di Sangro, duca di Casacalenda e maggiore latifondista del suo tempo. E fu proprio Scipione di Sangro, per vendetta contro gli "atti protestativi" promossi da Bernardo Brigida nei suoi confronti, ad armare, come di seguito si vedrà, la mano degli albanesi contro i Fratelli Brigida.
   
   Tornando alla situazione nazionale: "Le condizioni economiche dei vari stati, onde allora componevasi l'Italia, avevano generato il malcontento ed i re stessi non se lo dissimulavano. Le riforme qua e là facevano capolino, ma erano troppo scarse per accontentare tutti. I gesuiti cacciati, i chierici vedovati di immunità, qualche breccia si apriva nella secolare tirannide feudale ed i feudatari perdevano nei privilegi; ma i popoli che pur benedicevano ai fattori di questo aere più respirabile, cominciavano a vedere schiusi altri orizzonti. La nazione francese, più audace, si destò come da un lungo letargo, e poi che ebbe coscienza d'essere desta e guardò i polsi ancora forti ma ancora pieni di lividure, le catene sdrucite per lungo uso, cominciò ad agitarsi, minacciare, rumoreggiare come mare in tempesta ed intimò la guerra, immensa, tremenda, spaventosa a tutte le tirannidi di qualsiasi specie e sotto tutte le forme. Con la piena coscienza di se stessa, ritta dinnanzi a Dio, domandò se tutti avessero la stessa origine e proclamò al mondo l'eguaglianza degli esseri. La coscienza dell'Io aveva sepolto quattordici secoli di feudalesimo in un attimo, e aveva aperta alla vista una lunga strada da percorrere che si nominò Progresso".

    Il verbo di Rousseau, che aveva ispirato la rivoluzione francese si diffuse in tutta l'Europa, recepito prima dagli spiriti e dagli ingegni più attenti ai rinnovamenti, covando nelle sette, nei clubs patriottici clandestini, poi si diffuse persino nell'esercito. Finì col confluire "nell'alveo di quella filosofia della libertà, tutta meridionale, di Bernardino Telesio, Giordano Bruno e Tommaso Campanella ... ravvivato dal cartesianesimo, dal galileismo e dallo scientismo degli economisti" (G.Addeo, l'Albero della libertà della repubblica napoletana del 1799). 

    "Il dispotismo agonizzava e la gioventù bollente non vedeva l'ora di spezzare le catene della tirannide e salutare il sole della libertà, che sorgeva ad irradiare l'Universo.  ... I nostri giovinetti di spirito generoso, innamorati dei principi di fratellanza, sitibondi di libertà, avevano abbracciato in cuor loro la causa degli oppressi ed il grido di riscossa aveva avuto una dolce eco nelle fervide intelligenti menti loro, le speranze, seminate da agenti diplomatici francesi, di protezione avevano fatto aprire l'animo degli antesignani della libertà italiana. La giovinetta età, l'inesperienza fece che l'entusiasmo li trascinasse a frangere di un colpo ogni vincolo, e insofferenti d'indugi li aggruppò al numero dei rivoluzionari".

    "La Corte di Napoli aveva eretto i patiboli, ... aveva sguinzagliato poliziotti e delatori. ...Le persecuzioni si succedevano ed i sospetti divenivano sicurezza di prove ... le denunzie non producevano danno a chi le firmava, perché i processi erano inquisitori, e si eseguivano speditamente a porte chiuse, all'accusato era tappata la bocca, la polizia che dava consistenza a bolle di sapone giustificava le denunzie ed il più delle volte gli accusatori remunerati si presentavano come testimoni.... Nelle provincie erano prese di mira famiglie specialmente ricche ed all'anonimo delatore bastava denunziare de' denunziati le massime, i pensieri, l'opinione, l'esaltato sentimento che si fece dal governo passare per carattere e sostanza di reato di lesa Maestà... era l'inquisizione del pensiero, la violenza d'ogni sorta".

   Bernardo Brigida era morto a soli 38 anni, il 9 novembre 1783, lasciando la moglie incinta della quinta figlia femmina, Bernarda; quindi con sette figli.

    I due giovani furono educati prima con l'aiuto degli zii e poi, come era consuetudine presso le famiglie ricche e nobili della città, furono mandati a Napoli per proseguire gli studi superiori. Qui entrarono in contatto con i nuovi fermenti culturali che provenivano dalla Francia.

    A pag.XIII della Premessa di "Una pagina di Storia Termolese, di Sergio Bucci, si legge: "Fu alla luce di questi avvenimenti che si compì il destino dei Fratelli Brigida e di tanti altri giovani molisani. Essi, rifuggendo dalla politica di difesa dei privilegi abbracciano in cuor loro la causa degli oppressi, entrano a far parte del gruppo giacobino capeggiato da Domenico de Gennaro".

    Nella retata antigiacobina del 1795 i fratelli Brigida, giovanissimi, vengono arrestati dalla polizia borbonica. Basso Maria e Federico hanno rispettivamente 20 e 18 anni quando vengono rinchiusi prima nel carcere di Lucera e poi tradotti in quello napoletano della Vicarìa, dove, dopo un sommario processo ed una condanna per attività sovversiva, restano "seppelliti" tra i delinquenti comuni (come poté verificare Sebastiano Pistone, padrone di barca, che, trovandosi a Napoli, chiese ed ottenne di poter incontrare i due giovani, "trovandoli reclusi in mezzo a ladri ed assassini"), fino alla proclamazione della Repubblica, nonostante la madre dei due giovani si fosse prodigata spendendo enormi somme con diversi avvocati, per ottenerne la scarcerazione. 

   
Alla fine di dicembre del 1798, Ferdinando IV e la corte erano partiti da Palermo per mettersi sotto la protezione delle navi inglesi dell'Ammiraglio Nelson.

    I francesi, con a capo il generale Championnet, entrarono a Napoli dove proclamarono la Repubblica Partenopea. Quello stesso giorno, il 24 gennaio, vennero liberati Basso Maria e Federico che fecero ritorno immediatamente a Termoli.

     Anche Termoli, preceduta  soltanto da Lanciano e seguita da S.Severo, Lucera, Troia e Monte S.Angelo, aveva abbracciato l'ordine nuovo repubblicano, innalzando in piazza, alla moda francese, l'albero della libertà, "fra la pazza gioia dei giovani e dei liberali che gridavano morte alla tirannide, ma fu un breve raggio di sole, poiché per un tenebroso tradimento seguì una tremenda scena di sangue".

   
La Regina Maria Carolina di Napoli, con lo scopo di ristabilire l'ordine e la sovranità nei Comuni molisani, dà l'incarico a bande mercenarie di penetrare nelle città ribelli e ristabilire l'ordine. Il 2 febbraio, trecento albanesi di Campomarino, Portocannone, S.Giacomo degli Schiavoni, comandati da Giuseppe Pronio, da Giovanni Migliaccio e da Nicola Norante, al servizio del Cardinale Ruffo, arcivescovo di Napoli e Vicario generale del regno, spronati dal duca di Casacalenda arrivano a Termoli, ma trovano l'accesso impedito dalle mura e dal castello difeso coi cannoni.

   Purtroppo l'intervento di Bartolomeo De Gregorio, come riferisce il Cannarsa, "venuto da poco su in ricchezze per furti, rapine ed assassini e quindi pauroso di mutamenti ..."  convinse "la folla ignorante a non chiudere le porte alla gente di paesi vicini e difensori del Trono e dell'Altare"... mentre "Basso Maria e Federico Brigida, il dott. Francesco Saverio di Claudio ed altri pregavano il popolo a non dare ascolto a false proteste di amicizia e mettevano a disposizione, più che a ladri di fuori, le loro ricchezze alla gente bisognosa del paese pur di non farsi ingannare". 

   Il tre febbraio 1799 le porte vengono aperte a quella marmaglia assetata di sangue e di conquista, mentre Bartolomeo De Gregorio si dà alla fuga. L'orda brigantesca si precipita nella cittadella. Il dottore Domenico Bassani, cognato dei Brigida viene raggiunto e ferito da una fucilata e Giovanni Puca, di sentinella innanzi all'albero della libertà, viene ucciso. 

    "I cittadini, presi alla sprovvista, non sanno difendersi .. assaliti, urtati, sbaragliati sparpagliati sono inseguiti, calpestati fin nelle loro case a scopo di vendetta e di bottino. Le campane suonavano a stormo non per chiamar a raccolta ma per panico che aveva preso chi non sapeva a qual partito appigliarsi in quel frangente. Quella gente raccogliticcia, armati di coltelli, spiedi, urtano le porte, le squassano, le rompono, entrano e si impossessano di quanto trovano..". La casa dei Brigida è assaltata, depredata di tutto. Gli albanesi irrompono nelle case depredandole; porteranno via "..duecentomila docati rubati al paese intero, trascinandosi uno dei cannoni presi alla Cittadella..

    Intanto i Fratelli Brigida ed altri si sono rifugiati in una stanzetta buia attigua alla Sacrestia della Cattedrale, nascosta dietro ad un grosso armadio.  "Se lo scaccino Pasquale Marchese non li avesse indicati a quelle belve umane" avrebbero avuto salva la vita.
 
    L'armadio viene rimosso ed i giovani sono catturati e trascinati, legati e seminudi, tra umiliazioni, offese e percosse, fuori dall'abitato, in località detta Molino a vento. Insieme ad essi, sono presi il Dr. Francesco Saverio di Carlo e suo fratello Domenicantonio, Annibale Bassani, Giuseppe Puca, padre dell'ucciso Giovanni, Giambattista Massaro, Giovanni Lione, Giacomo de Sanctis di Guglionesi ed un soldato di Pescara. Vengono uccisi quasi tutti. Francesco Colonna riesce a fuggire ma verrà catturato il giorno dopo a San Giacomo ed ucciso. 

    Federico Brigida, pur ferito gravemente, riesce a rifugiarsi a Campomarino dove morirà il 16 febbraio 1799 e sarà sepolto in chiesa, come risulta dai registri canonici, firmati dal canonico Macario De Fanis. Nel luogo dell'esecuzione, a memoria dell'accaduto, fu collocata una croce sopra un cumulo di pietre; da qui, forse, deriva il nome "La Crocetta" di quella contrada.

    Dice Saverio Cannarsa nel suo libro: "Un tumulo di pietre con una croce sovrapposta in aperta campagna e sulla strada che mena dalla marina di Rio-vivo a Campomarino, nella contrada detta Molino a vento per un edificio a torre che esiste ancora" (oggi torretta del meridiano),"servì a ricordare il luogo dell'eccidio... Gli edifici cresciuti subitamente nell'ultimo ventennio minacciano di perdere le tracce del sacro luogo ed io proposi che la strada ne portasse il nome invece di quello attuale di Crocetta e fu concesso.. Quando quel luogo, per trovarsi su di una grande strada, dovrà scomparire, penso apporre una lapide a questi non degeneri figli dei Frentani":

    E ....

    Sia pace ognora al cenere adorato 
     ...., e sacro a noi

    Ne sia il nome e le virtù eccelse
    Sprone ed esempio ad onorate imprese"

 
  Nel verbale n.87 della deliberazione del Consiglio comunale di Termoli del giorno 25 novembre 1873 si legge: 
"...Previo invito a domicilio si è riunito il Consiglio Comunale in seconda convocazione per la continuazione della sessione ordinaria d'autunno nelle persone dei sig.ri: 1) Ragni Benedetto - Sindaco Presidente, 2) Colonna Nicola, 3) Sciarretta Ferdinando, 4) Cannarsa Saverio, 5) Campolieti Michele, 6) Tancredi Michele, 7) Sciarretta Francescopaolo, 8) Ragni Vincenzo, 9) Giambarba Francesco, 10) Sciarretta Domenico, coll'assistenza del sottoscritto Segretario Comunale. In fine della seduta, il Presidente invita il Consigliere sig. Cannarsa a svolgere la sua proposta in ordine al cambiamento di nome di alcune strade della Città. il Consigliere Cannarsa dichiara essere dovere di ogni cittadino di onorare con ogni mezzo la memoria dei martiri dell'indipendenza Italiana, e siccome fra di essi la storia registra i Fratelli Brigida di questo comune, propone di cambiarsi il nome dell'attuale via Sannitica  in quella di Corso dei Fratelli Brigida, essendo essa la via che mena ove essi furono martirizzati, e l'attuale largo del Giudicato Vecchio, ove era la casa abitata dagli stessi, sia cambiato in Largo Brigida. Il Consiglio, riconoscendo giusta la proposta del sig. Cannarsa, l'approva ad unanimità. Previa lettura e conferma, la presente è stata sottoscritta come appresso: Il Presidente Benedetto Ragni, il Consigliere anziano D.Sciarretta, il Segretario F.Crialese."   

 


    Tornando agli avvenimenti del 1799, è da menzionare il nobile gesto compiuto dalla madre dei Brigida, Maria Concetta Quici che, nonostante il dolore provato per la barbara uccisione dei figli, ebbe il coraggio e la forza d'animo di fermare l'azione della truppa francese, capeggiato dal dott. Vincenzo Rossi di Bonefro, marito della figlia, Aurora Maria Carolina che già aveva rintracciato Bartolomeo De Gregorio e si accingeva alla vendetta. La signora Brigida implorò il genero di dimenticare le offese e perdonare. "Rinuncia alla vendetta, giacché quell'uomo, ormai folle, è già stato punito da Dio; uccidendo lui, inerme e deriso dal popolo, sarebbe magra giustizia ed i miei figli non tornerebbero giammai". 

    Per giunta, si racconta che Maria Concetta Quici, inviasse i suoi servi ad allontanare i fanciulli che disturbavano in piazza il De Gregorio, durante le sue manifestazioni di pazzia. 

    Maria Concetta Quici morì a 85 anni, il 9 gennaio 1834, e fu sepolta in cattedrale, sotto l'altare dell'Addolorata, come fa fede la seguente lapide rinvenuta il 30 maggio 1969, durante lavori di restauro. 



Lapide posta in Cattedrale, a memoria di
 Maria Concetta Quici, madre dei Fratelli Brigida


Testo redatto da Antonino Tutolo, rielaborando e spesso fedelmente riportando (indicato in corsivo nel testo) quanto esposto dall'illustre concittadino Saverio Cannarsa (1859 / 1936) nel libro: "Una pagina della Storia di Termoli - Ricerche storiche su Fratelli Brigida ed altri nella rivoluzione del 1799" (Edizioni Enne, Via Monforte,7 - 86100 Campobasso. Stampato dalle Industrie Grafiche Leone di Foggia - anno 1999), sia in base al contenuto della pubblicazione di Don Marcello Paradiso, dedicata ai Fratelli Brigida, sia alle immagini, alle notizie storiche fornite da Carlo Cappella.


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